La storia dell’Oratorio

1. Storia recente

(Uno sguardo storico più ampio è più giù)

Anni novanta

La vita dell’Oratorio ha subito un passaggio storico: sono mancati alcuni salesiani presenti da anni nell’ambiente ed è diminuito il numero stesso dei salesiani addetti all’Oratorio. Solo due salesiani e una FMA insieme ad un certo numero di obiettori di coscienza sono diventati i riferimenti dell’ambiente.

Primi anni duemila

Le suore salesiane lasciano il Michele Rua. Resta un solo salesiano incaricato con pochi obiettori e poi con due educatori. Il salesiano esce dalla congregazione nell’estate del 2003.

Dal 2003.

Con il settembre di quell’anno si è andata formando l’attuale equipe educativa dell’Oratorio: due salesiani, due educatori, volontari in servizio civile…

La lettura della situazione dell’Oratorio dell’anno 2003-4.

Un ambiente carico di tradizione e potenzialità, ma ferito.

Un cortile sregolato.

Distanza tra gruppi e cortile: chi frequentava il gruppo non era presente in cortile.

I gruppi era un po’ chiusi e poco accoglienti, con il conseguente difficile inserimento di nuove presenze.

I cammini di gruppo si soffermavano su aspetti umani, a richiesta dei giovani e i percorsi di spiritualità era proposti a fatica.

L’ambiente risultava frammentato: i diversi gruppi lavoravano in parallelo puntano più su attività che su obiettivi da raggiungere.

Il lavoro di questi anni

In questi anni si è lavorato con queste priorità:

  1. una presa di coscienza generale sull’identità dell’oratorio salesiano con tutte le sue caratteristiche: essenziali, in quest’ottica la riscoperta della figura di Don Bosco e di Domenico Savio.
  2. la creazione di un cortile più accogliente: non anonimo (raccolta dati e tesseramento) con regole precise di rispetto degli altri e delle cose, con un momento di preghiera
  3. la formazione degli animatori dei gruppi e di estate ragazzi
  4. una iniziale limitazione delle iniziative con i giovani per curare la qualità educativa di quelle messe in atto, secondo alcuni obiettivi precisi condivisi
  5. la partecipazione dei giovani all’Eucaristia della domenica
  6. la creazione di convergenza educativa tra i diversi animatori

LA MEMORIA

Don Elio Scorri: una commemorazione in occasione del 70° di vita del Michele Rua. (1991)

GLI INIZI

Il “Monterosa” è un nome prestigioso, assunto da questa zona di Torino e da quella via che guarda diritto alla vetta del Rosa, illuminata dal sole della Lombardia

Il centro della borgata era là, ai fondo: sterpaglie, orti fino alla sponda della Stura; alla cima: via Candia, piazza Bottesini, al n°. 9 di via Candia un caseggiato, un capannone dell’impresario Grassi Luigi, messo a disposizione del salesiano Don Lunati, che lo chiamò “Ricreatorio Mamma Margherita Bosco”, l’anno 1917. Quella struttura divenne di volta in volta sala da giochi, cappella, sala di musica, con tavoli e panche, che si spostavano a seconda dell’uso.

Il 19 giugno del 1921 il card. Richelmy pose la pietra angolare della cappella e dell’oratorio di via Paisiello, angolo via Viriglio. Le altre pietre, sotto la guida della ditta Grassi, le portarono, assieme ai mattoni, i giovanotti di via Candia. 11 30 luglio del 1922 Don Gallenca, con fanfara e bandiera in testa, capeggiava il corteo di trasferimento da via Candia all’Oratorio “M. Rua”.

Qui grande chiesa, allora aperta alle distese di prati, un cortile enorme, e poi banda, cantorie, squadre e i Luigini, associazione dei piccoli, e poi gli aspiranti-ragazzi e il Circolo giovanile e i Padri di famiglia. Lo scatenato Don Barbero e il missionario monterosino, poi indiano, Don Cignatta, con Brusa, Ciochetti, Naretto, Spnno e Venezia dominavano la gran tribù dei ragazzi.

LO SVILUPPO

Ma nel 1925 arriva Don Bernardo Masoero, lo sportivo e il filodrammatico. E’ una esplosione di iniziative: Valinasso, Mazzucco, sportivi di serie A, Canale, Oglietti, Camino, Gianotti … Che maschere alle commedie e alle operette! E così, mattone su mattone, sorge il teatro nel 1926, con qualche film, cui i ragazzi potevano andare gratis, con i due bollini di presenza. Alle musiche di Don Cimatti vengono i grandi, mentre i ragazzi più bravi, con Vagnino e Plenazio, fanno gli scout, amici dei campi e dei monti.

Il circolo giovanile con Don Masoero si scatena con attività, mentre giunge in aiuto Don Biancotti, che forma la “Fanfarina” – 14-15 anni di età – in calzoni bianchi e maglia e bustina azzurra. Tutta Torino la applaude in molte manifestazioni religiose e civili, e durante le esìbizìoni teatrali con Tagliabue sul palco.

Ma … Alt! Troppa gioventù a quell’oratorio, e pochi i Balilla e gli Avanguardisti.

26 maggio 1932: i fascisti mettono i sigilli alla sede del Circolo. Però, saltando il muretto, si entra di soppiatto e “non si urla” o, meglio, si va in collina, alla Maddalena, a S. Vito, alla Fontana dei Francesi a far cuocere la pastasciutta e a urlare a piacimento: “W Don Bosco, W l’Italia”.

Trecento ragazzi al passavolante, nelle sale, al tamburello, a guardie – ladri, e poi in chiesa, stretti stretti, a sentire i racconti della vita di Don Bosco, narrati a puntate da Don Bertolino. mentre le mamme anziane, le Patronesse, cucinano, stirano tovaglie, abiti, calzoni e magliette sportive e non. Don Natale e Don Giacomuzzi sfidano l’impero italo-etiopico, mentre la fanfara suona” Faccetta Nera”; e Don Roggia e Don Olivini con l’oratoriano don Obbermito, l’alpino di sempre, forgiano giovani dai buoni muscoli, ma dal cuore d’oro e dalla volontà tenace. Savoldelli con Tagliabue sono attori drammatici e comici, ricercati dal gran pubblico, intanto Don Quarello, assunta la fanfarina, la amplia e crea una cantoria nuova e porta in montagna la gioventù, il GEM (Gruppo Escursionisti Monterosini): gioventù che deve partire, prima per l’Africa Orientale e poi per la grande guerra (40 43), quindi rimane sparsa a guerreggiare sui monti, fino alla liberazione del ’45.

Don Rossi, forgiatore di coscienze, con Don Mosca, Don Biglino, Don Bertolino, ai tempi dei giovani fratelli Marietta, danno ottimismo, quando le bombe cadono, anche sulla chiesa, bruciando Forgano, e sulle vie vicine…

Però c’è libertà di riprendere i giochi, e Don Masoero attira in tornei serali nel campo del “Monterosa” i grandi: Bodoira, Viola, Carapellese, Maroso, Martini, Rava, una serie A senza scarpe e maglie, per povertà.

Nel frattempo erano giunte in cucina e all’oratorio le Figlie di Maria Ausiliatrice, Suor Maria Tarabra, Suor Maria Milanese e giunse anche Don Caustico, poi vittima della barbarie tedesca, fucilato l’ultimo giorno di guerra. Arrivò la pace. “Mai più la guerra?”

IL DOPOGUERRA

Don Teodoro, ex-cappellano, Don Martano, Don Quarello, cx partigiano, Don Paolo Psenda, cappellano alla FIAT Grandi Motori, ricostruiscono gli uomini, mentre Don Masoero, dopo aver cantato canzoni italiane e piemontesi in U.S.A., nei cenoni della California, ritorna con manciate di dollari per riscostruiTe l’Oratorio e costruire a nuovo la scuola, l’edificio, grande e bello, lungo Via Paisiello, e il teatro nuovo, lungo via Brandizzo, poichè il vecchio teatro è stato trasformato in laboratorio di meccanica per la scuola di avviamento.

Gli uomini vengono a gareggiare a bocce con Don Saini e Don Patron, sotto la guida di Pelissero e Stacotto, e tengono ai sicuro il terreno, al di là di via Paisiello.

E la” Martaneide” invade scantinati, cortili e chiesa: fanciulli a bocca aperta per ascoltare le favole a puntate inventate dal gran Don Martano.

La scuola di avviarnento e poi media vede la serietà e bontà di Don Agnelet e di Don Martinotti, quella di Don Trivero, il matematico, di Don Riva e di Don Soresini, il consigliere, e di Avanzi con i suoi ginnici e atleti sempre attivi, e con il maestro Vaccarino.

I ragazzi del borgo sono i preferiti della scuola e centinaia di ex-allievi, ormai milizia, pullulano in questi caseggiati tutto intorno.

“Passa la banda, passa la banda dei Monterosini”. era il canto della colonia.

Oh si! la colonia fluviale, che impolverava 200 ragazzi per la strada di campagna, li buttava a nuotare nel fiume ogni giorno, con le derrate della “Pontificia” e con gli assistenti in camice bianco.

C’ero anch’io il 5 luglio del 1948, il giorno dopo l’ordinazione sacerdotale. Che tempi! Alt! Una riflessione.

Tutto questo attivismo, tutta questa baldoria aveva un filone sotterraneo: pochi salesiani, alcuni laici e laiche, innamorati di Gesù Cristo, imitatori di Don Bosco, i quali, entusiasti e sacrificati, sapevano dare tutto di sè ai ragazzi e ai giovani. Cristo è una sorgente invisibile, ma perenne. Senza di lui e di sua madre Maria, il “Monterosa” sarebbe un deserto, un rudere o una baita,

L’ERA “DON ELIO”

Arrivò – dicono le cronache del ‘48- un neo-prete dai capelli rossi, poi neri, oggi bianchi, “presuntuoso” nel credere alla onnipotenza di Dio nel cuore dei giovani, disponibile ai grandi ideali, “trafficone” e prepotente, ma sbozzatore di caratteri e creatore di novità, nel dare piena responsabilità ai più dotati, fiducia e confidenza, ma esigente molto.

E accanto a lui il cesellatore paziente e benefico, Don Guido Abà, e poi un battagliero Don Silvio e quindi un entusiasta Don Domenico.

Il Circolo s’ingrandì con i due saloni “Don Gallenca”, i giovani passarono da 100 a 200 con seri impegni settimanali: poi con altri 200 giovani tesserati “amici”, con la società sportiva “Auxiliuni Monterosa”, iniziata con Don Borgogno, con la Gioventù di Azione Cattolica: 70 giovani e giovanissimi e 12 signorinette.

Sì, perchè al fianco, prima ben distinti, poi amici a distanza, quindi assieme in un gruppo di preghiera e in montagna, anche il circolo femminile emerse dal sempre vivo oratorio femminile, presente già dal ‘44, con Suor Maria e Suor Margherita e poi Suor Marisa.

Dalle stalle del rustico di Via Paisiello alle sale delle suore, nel fabbricato di fronte, fino a quando scoccò l’ora del nuovo oratorio e della scuola materna “Mamma Margherita”, con a capo Suor Cecilia. A carnevale, dietro i carri allegorici, 1600 oratoriani e ragazzi del rione sfilavano per le vie della barriera.

All’interno, i gruppi dei piccoli, i ragazzi di Don Francesia e i giovani, gli ex-allievi, gli uomini di Azione Cattolica e i padri di famiglia, con Petrinetto, Vianzone, Tomatis, Canale e Masoero e poi Pacotto e Pinessi e Marco, e l’oratorio femminile con le sorelle Croci e tante altre.

Intanto i giovani, con decine di corsi di esercizi e corsi di qualificazione a S.lgnazio o nei cenacoli settimanali, erano guidati dall’intramontabile Marco Demichelis, da Cardellino e da Danni, da Moscariello, da Martinetto e Dolcetti, bonanime, e dal giovane, piccolo ma grande, Pino Vinci, che con annessi e connessi formò il gruppo “Amici Monterosa anni 50-60”, tuttora efficiente e unito. Giovani e ragazzi studiosi! Ben 60 frequentavano le scuole serali, capaci di sacrificio e di ottimismo. Oggi ne vediamo parecchi, ancora attivi in cariche di massima responsabilità civili, amministrative, sindacali, scolastiche.

Eppure sapevano giocare. Le fortune del calcio con Tassi, Allievo, Bosco, Franchitti, Borasco, Ogliara, poi Maggioni ecc.; quelli del ciclismo con Zappieri e Bella ecc.; della pallacanestro con Giusti, Lotti, Stefani e Bonim ecc.; e della pallavolo con Adamo, Andorno, Valcavi, Zane, sotto la guida del Massaglia Ettore. Pronti tutti a giocare, a vincere e a perdere, ad andare a centinaia a fare gli alpinisti a S. Jacques di Champoluc d’estate e salire il Rosa, il Castore, la Testa Grigia, como pure sulle piante di ciliegio o scendere nelle cantine di Costigliole d’Asti, due volte l’anno con papà Sandro.

UNA RIFLESSIONE

Tutta questa cronaca di cose meravigliose che sto narrando è fatta di episodi e di uomini; ma ciò che è difficile esprimere è l’incidenza globale, sociale e religiosa massiccia nella borgata.

Il “Michele Rua”, il “Monterosa”, è stato in 70 anni lievito purificatore e fermento di vita, di serenità, di amicizia sparsa in ogni famiglia, in ogni caseggiato, per tutto il borgo.

L’oratorio, la scuola, la parrocchia sono stati una sorgente continua di unione, un faro di luce, un richiamo di amicizia, di allegria, di giovinezza, di speranza. Tutti gli abitanti della zona della barriera di Milano hanno trovato sempre le porte aperte all’accoglienza, all’amicizia, alla simpatia, all’aiuto.

Qui sono scomparsi i rancori della camicie colorate di nero, di rosso, di bianco e di verde; qui si incontravano i capoccia di Piazza Crispi e di Via Malone; e le scaramucce elettorali del ‘48, del ‘53 e deI ‘58 sono state assorbito dai tornei serali, da gite in montagna e da serate allegre in amicizia.

Qui si mescolavano piccoli e grandi, poveri delle baracche e signori dei palazzi, operai e industriali. E il “Monterosa” ha fornito centinaia di operai e di impiegati alle imprese della zona con la qualifica prima:

“Viene dall’oratorio Michele Rua”. Il “Monterosa” è un cuore aperto a tutti, un luogo senza sbarre, senza biglietto d’entrata, la casa di tutta la gente; lo fu, lo è, vuoi continuare ad esserlo.

“Basta che siate giovani – diceva Don Bosco – perchè vi ami. Io per voi do la mia vita.”

Questa è socialità vera, il merito aggregativo di questo ambiente, di questi salesiani e suore, di questi uomini e donne che da 70 anni si prodigano per fanciulli, ragazzi e giovani. Tutti qui si sentono a casa loro, in una grande famiglia E tutto in un mondo così individualista e diviso!

Qui c’è l’utopia dell’amore, c’è un saggio anticipato del regno dell’amore di Cristo Risorto.

I RISULTATI PARLANO

Bravo fu il sindaco Coggiola che disse. “Monterosa è un’opera popolare, è la casa dei figli nostri; la strada, la Via Puccini, non s’ha da aprire. Spezzereste l’opera in quattro!”.

Parola di comunista onesto! E così fu. Si unirono gli stabili, si costruirono i campi, si eresse, il 31 dicembre, un pilone di mattoni, con multa del vigile e tanto di ricevuta, che ci diede poi la possibilità del permesso di edificare, nell’area attuale, la scuola materna.

Il disegno della grande chiesa, dirimpetto all’oratorio, rimase disegno, ma l’avvenire è aperto ai recenti grandi progetti e a quelli futuri: se no, i molti parrocchiani e oratoriani celebreranno nei prati,

Nuove filodrammatiche con Mezzano, Vianzone, Martinetto ecc: nuove squadre con Franchitti; nuove attività, nuove ‘vocazioni. Si perchè dal “M. Rua” ben 15 giovanotti sono partiti per il noviziato, per le diocesi, per le missioni, da Don Bertolone, il cui monumento a Comodoro Rivadaria in Patagonia ricorda un eroe di Cristo, a Don Stefani, l’ex FLAT, ora responsabile di operai giovani in Giappone, al fratello Antonio in Brasile, da Umberto De Vanna, Direttore del Bollettino Salesiano, a Don Lamberto, Don Rosina, Don lddau, Don Terzuolo, Don Rosamilia ecc.

Va il pensiero ai defunti: a Vittorio Zebulone, capo stampatori a Valdocco, a Dolcetti, dirigente

sindacale nazionale, a Pancrazio, professore e medico all’Università di Torino, senza dimenticare i

collaboratori laici, come l’architetto Fogli, l’assessore Mosca e l’ing. Giusti, il direttore di banca Moscariello e lo psicologo Nervo, Albano e tanti altri

Dal 1958 la parrocchia di S. Domenico Savio è affidata al “Michele Rua”. Oggi le vie di campagna sono affiancate da palazzi a 5 – 7 piani; non si vede più la Stura, ma case, fabbriche, ospedali, tram e congestione di macchine. Le famiglie giovani sfornano maschietti e femminucce, vivaci e pronti a prendere il posto di chi si sposa e convola.

I parroci, Don Bertolino, Don Bava, Don Giliberti, Don Abà, Don Piccottino, sono meravigliosi pastori.

ANNI ‘70 – ‘80

Operano Don Piero Borelli, Don Enrico, il sempre sereno e perenne Castino, Suor Ferdinanda, Suor Maria Teresa, Don Aldo e il presidente Marietta con ben 650 soci Uomini ed Ex-allievi. E poi un altro Don Piero, Piero Busso, sono tutti trascinatori ardimentosi, anch’essi stimolati dai giovani: biennio, Triennio, post triennio, sposati. universitari…

Sono i giovani che fanno l’oratorio di ieri e di oggi ancor più.

Qui non c’è apatia, indifferenza; qui ci sono giovani e molti che dedicano ore e giornate agli altri, ai piccoli, ai ragazzi, ai … sì, ai ragazzi a rischio, ai giovani della droga con Don Gianfranco, che fa l’oratorio delle strade, per avvicinare, capire, salvare chi deve rifarsi la vita, incontrando l’amore, l’amicizia che non chiede nulla, ma soltanto dona, si dona: ieri alle case basse, oggi ai drogati.

Il “Centro giovanile” si modernizza. Non è più quello degli anni ‘50-’60. Deve essere un altro, perchè diversa è la società, diversi sono i giovani.

Questi giovani animatori sono presenti a 50 per volta ai ritiri e giornate di studio, sono ad Assisi, a Taizè, in Terra Santa, a Gressoney, ai campi scuola, a Santiago de Compostela, a Czestochowa.

Questi giovani di oggi si riuniscono, programmano, s’impegnano per gli altri e con idee nuove e rivoluzionarie, pagando di persona.

Chi glielo fa fare, con tante discoteche, sale, spiagge a disposizione? E sono decine: 350 in questo ‘92, giovani frequentanti impegni settimanali e annuali al circolo Monterosa.

E la scuola insegna, educa., diverte, aiuta a crescere centinaia di ragazzi e ragazze, ogni anno da 45 anni.

Quando pulsa questa vita spirituale, esplodono i santi moderni in calzoni, sia giovani che ragazze, 50 animatori di gruppo, 50 animatori a servizio dei 700 giovani delle P.G.S.; 14 giovani che si preparano all’estate in missione in Bolivia, 25 ministranti all’altare; 25 salesiani cooperatori nel mondo del lavoro, dell’università, della famiglia. E poi tutto il resto che sta esplodendo: la splendida palestra nuova, sempre piena, il teatro in riabilitazione, la parrocchia in attività pastorale ed evangelizzatrice da frontiera 2000.

E come faccio a presentare l’opera scolastica educativa e oratoriana di Don Germani, di Don Ghietti, di Don Superina, tre missionari, prima qui in barriera e poi partiti per il terzo mondo?

O parlare di Don Carlo parroco, di Don Virgilio, di Don Guido, di Don Marchisio?

E’ meglio poi non nominare un certo direttore, Don Mario Banfi ! E’ un motore, è un cuore grande, è un giovane creativo … “Ai posteri l’ardua sentenza”, per non farlo arrossire. Ma questa non è più cronaca o storia; sarebbe profezia. Contempliamola!

E basta per la vostra pazienza e per la mia voce. Destino della vita, che ci fa incanutire e ci prepara al meglio, al di là.

Ma queste realtà ci garantiscono che la giovinezza è spirituale e rimane nei giovani d’oggi, protagonisti di un mondo più bello, più fraterno, più ottimista di ogni passato. Se rimaniamo con loro, restiamo giovani anche noi.

CONCLUSIONE

C’è tanta gioventà ardente, non quella della cronaca nera o della TV, che è l’eccezione, il momento debole, ma quella degli ambienti come questo, e sono tanti, ove l’uomo è vero, sincero, responsabile, moderno; ove l’uomo è testimone di un uomo-Gesù, risorto e vivente in mezzo a noi. Vengano i mass media a registrare ogni giorno il “Monterosa” vivo: daranno speranza e bontà a tanti giovani tristi, ad anziani sconfortati.

Le commemorazioni di questa realtà sono senza fine; si vede la superficie, ma sotto c’è un carisma perenne, esploso a Betlemme e a Gerusalemme, riesploso ai Becchi di Castelnuovo. Là ove io mi trovo siamo in attesa di 1500 giovani animatori di 20 nazioni, Russia compresa. Sei giorni per programmare la solidarietà europea, la vera C,E.E., al colle Don Bosco!

L’ augurio mio, e penso anche vostro, è che il “Monterosa”, il “Michele Rua”, la “S. Domenico Savio” siano sempre espressione viva ed entusiasmante della realtà di Cristo, che risorge “sempre giovane, in eterno”.